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I SEGRETI DEI CENTENARI: CIBO SANO, MOVIMENTO E AMICIZIA

February 15, 2019

 

A voler riassumere in una frase lo stato dell’arte della ricerca si può dire che non esistono i “geni della longevità”.

Le evidenze attualmente disponibili indicherebbero, anzi, un ruolo preponderante dei fattori ambientali e comportamentali, i quali sembrano addirittura capaci di influenzare quelli biologici. Insomma potremmo essere noi, agendo sui comportamenti individuali a influire sull’aspettativa di vita.

Le indicazioni vengono da un “laboratorio” privilegiato: l’Ogliastra, una delle aree più anticamente abitate della Sardegna, con una storia di lunghi secoli di isolamento geografico e socio-culturale.

Due fenomeni s’impongono qui: una prevalenza di centenari tra le più elevate al mondo; l’azzeramento del cosiddetto “gender gap” di sopravvivenza, la probabilità degli uomini di raggiungere il traguardo del secolo pari a quella delle donne che, come è ben noto, vivono più a lungo degli uomini (5-7 anni) praticamente in ogni angolo del pianeta.

Pochi campi di ricerca presentano un interesse scientifico altrettanto potente ed esigono un impegno multidisciplinare altrettanto vasto che ha prodotto fin qui una messe di importanti studi. Né viene meno e, anzi, cresce di anno in anno, l’attenzione eccitata dei media – nazionali e internazionali – incuriositi dal segreto della longevità, nascosto nel cuore montuoso della Sardegna, nei paesi di Arzana, Baunei, Urzulei, Talana, Villagrande Strisaili in Ogliastra, con l’aggiunta di Seulo in Barbagia, paesi sotto la lente dell’Osservatorio della Longevità Sardinia Blue Zone.

Sulla longevità influisce una serie di fattori che si intrecciano e si influenzano tra loro, biologici e genetici, ambientali, socio-culturali e legati allo stile di vita. Ma qual è il loro peso specifico? I fattori genetici influiscono solo per un 20 per cento, mentre è ben più elevato quello dei fattori legati all’ambiente e allo stile di vita: l’80 per cento.

Considerando l’alimentazione, gli studi hanno appurato che nella cosiddetta Zona Blu, almeno fino al secondo dopoguerra, un consumo di alimenti a basso indice glicemico, come il pane a fermentazione naturale o a pasta acida, povero di zuccheri semplici e ricco di acido lattico e amido a lento assorbimento. Cosa che può aver avuto un ruolo nel man tenere bassa la prevalenza delle malattie metaboliche come il diabete.

La sedentarietà, additata dall’Oms come uno dei principale responsabili dell’insorgenza delle malattie cardiovascolari, non era certo compatibile con la rude attività agropastorale nella popolazione della Blue Zone sarda, che prima dell’avvento della meccanizzazione imponeva un’attività fisica fino alla vecchiaia.

Ma c’è un altro fattore. In un tempo come il nostro, che ha visto sfilacciarsi i legami di vicinato e parentali, l’antica tradizione di solidarietà comunitaria di aree come questa, sembra porsi come un fattore di salute: uno studio recente del Dipartimento di Scienze mediche, chirurgiche e sperimentali dell’Università di Sassari ha dimostrato come gli anziani della Blue Zone mostrano un forte senso del proprio ruolo all’interno della comunità che li spinge a sentirsi parte attiva fino al termine della propria esistenza.

NB) questo post su Città Attiva è una libera sintesi di un articolo pubblicato in rete da LANUOVASARDEGNA.it

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